Considerazioni preliminari: la verità come s-velamento [Aletheia] – I veli nella Qabbalah
Il concetto di velo è centrale anche nella Tradizione ebraico-cabalistica espresso attraverso termini come Kelippot (gusci) e Levushim che svolgono la stessa funzione metafisica dei Kosa e del Hjiab, nascondere ma allo stesso tempo manifestare la luce divina, l’Or Ein Sof, la manifestazione senza inizio né fine dell’Essere divino, la realtà pre-creazionale dove Dio è pura infinità senza determinazione, senza nome, senza attributi, [Zohar I, 15 Leit machshavah tefisah bey: L’infinito non è conoscibile nè contenibile in alcun pensiero], una analogia strutturale con concetto di Bene in Platone, con il Brahman Nirguna dell’Advaita Vedanta e con l’al-Ahadiyya nel sufismo.
Secondo il pensiero di Isaac Luria, l’Or Ein Sof è il principio non duale, trascendente ogni forma di contrapposizione, oltre l’essere e il non essere, che rappresenta la fonte da cui la realtà si emana senza cessare di essere immanente in essa. La creazione può avvenire solamente per mezzo di una contrazione, lo Tzim Tzum, per mezzo della quale la Luce infinita si irradia.
Tale irradiamento viene attraverso una serie di occultamenti e livelli di velamento chiamati Olam, i mondi.
La cabala luriana parla di 5 olamot.
- Olam Adam Kadmon (Il mondo dell’uomo universale): l’ordine archetipo dell’emanazione divina
- Olam Atzilut (Il mondo dell’emanazione): il primo mondo di manifestazione vera e propria
- Olam Beriyah (Il mondo della creazione): il livello in cui la separazione/ diversificazione comincia ad essere significativa.
- Olam Yetzirah (Il mondo della formazione): le emanazioni cominciano ad assumere una forma
- Olam Assiyah (Il mondo dell’azione): il mondo fisico, materiale, dove la luce è più velata.
Poiché la luce dell’Ein Sof non può essere ricevuta direttamente, gli olam rappresentano una sorta di filtri, dei rivestimenti, delle maschere, una catabasi ontologica e conoscitiva.
La metafora del velo che abbiamo già analizzato nel pensiero greco, nel sufismo e nel pensiero vedantico trova una corrispondenza anche nella Kabbalah attraverso i due concetti di levushim e Kelippot.
I Levushim “vestimenti” “abiti”, sono forme o strutture che permettono alla luce divina di essere percepita, in maniera velata, dagli esseri finiti. Sono strutture ontologiche indispensabili affinché l’Or Ein Sof non distrugga ciò che viene da esso investito.
Nell’Etz Hayim, il testo fondamentale della Kabbalah di Isaac Luria, i levushim sono strutture che accompagnano gli Olam e costituiscono le modalità tramite cui la luce passa da un livello all’altro.
Hanno quindi una triplice funzione metafisica: 1. modulare e filtrare la luce, 2. rendere la luce adatta al livello inferiore, 3. proteggere l’essere finito dal contatto diretto con la luce infinita.
I Kellipot “gusci”, “scorze” “rivestimenti” sono involucri, veli, degenerati perché non filtrano la luce ma la offuscano, la distorcono, la intrappolano. Si dividono in Kellipot Nogah che sono miste in quanto contengono sia luce che oscurità e possono essere elevati o degradati a seconda dell’azione umana e Kellipot Impure, totalmente oscure e senza luce redimibile.
Secondo il pensiero luriano sono conseguenze del shevirat ha-kelim, la “frantumazione dei vasi”, la dottrina cosmologica che spiega l’origine della molteplicità, del male e della rottura ontologica.
La shevirah rappresenta l’evento in cui i “vasi” delle Sefirot del mondo primordiale (Olam ha-Tohu), non riescono a sostenere l’intensità della luce divina e si infrangono, per una sorta di “sovraccarico ontologico”. I frammenti dei vasi caduti diventano Kelippot, involucri oscuri, che trattengono le scintille di luce che necessitano di essere riscattate tramite l’azione etica e rituale (avodat ha-berurim) e diventando, di fatto, la causa metafisica della frammentazione, della molteplicità e quindi della percezione confusa della realtà del mondo di Assiyah.
Fino ad ora abbiamo trattato del concetto di velo nella Cabala da un punto di vista macrocosmico. Tuttavia, abbia già visto, trattando i Kosa nel Vedanta, come esista una corrispondenza tra micro e macrocosmo, sintetizzato nella frase yat pinde tat brahmande (ciò che è nel corpo individuale [pinda] è anche nel macrocosmo [brahmanda]).
Nel pensiero cabalistico tale corrispondenza è ben definita nello Zohar II, 48b attraverso il detto “Olam katan ha-Adam” l’uomo è un mondo in miniatura ovvero l’affermazione che la struttura dell’uomo e delle sue facoltà replica la struttura macrocosmica dell’universo. In altri termini, anche nella tradizione ebraica viene espressa una corrispondenza ontologica poiché ogni livello dell’essere umano rispecchia un livello dei mondi, olam, delle sefiort e della catena dell’emanazione.
In questo senso ogni Olam, Assiyah, Yetsirah, Beriah, Atsilut, ha un riflesso psicologico-spirituale nell’uomo.
| OLAM | FUNZIONE COSMICA | CORRISPONDENZA INTERIORE |
| Atsilut | Unità divina | Punto di origine dell’anima (Chayah) |
| Beriah | Intelletto | Facoltà intellettiva pura (Neshamah) |
| Yetsirah | Emanazioni, forme | Facoltà emotiva e immaginativa (Ruach) |
| Assiyah | Mondo fisico | Corpo e anima vitale (Nefesh) |
Nefesh è il livello più basso dell’anima poiché tiene agganciati al mondo materiale, ciò che anima il corpo in senso fisiologico, quindi la vita biologica e animale.
Ruach è il secondo livello dell’anima legata alle emozioni e alla volontà morale e gestisce passioni, desideri, impulsi etici.
Neshamah è il livello dell’anima associato all’Intelletto superiore e alla contemplazione, è la facoltà pura di comprensione che coglie le realtà intelligibili.
Chayah è la parte che tocca la pura trascendenza, è anima vivente nella sua forma supercosciente in quanto “vibra” con la stessa realtà divina. Mentre neshamah comprende, Chayah aderisce alla Luce trascendente ovvero ha esperienza diretta della divinità.


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