Il concetto di Guaina (KOSA) nel pensiero vedantico

CONSIDERAZIONI PRELIMINARI: LA VERITÀ COME S-VELAMENTO [ALETHEIA]. IL CONCETTO DI GUAINA (KOSA) NEL PENSIERO VEDANTICO

Kosa e Maya: l’illusione non è un errore, ma un gioco cosmico. L’articolo di Nicola Carboni unisce Vedanta e Sufismo per esplorare la Verità come s-velamento (Aletheia)…
 

CONSIDERAZIONI PRELIMINARI: LA VERITÀ COME S-VELAMENTO [ALETHEIA]. IL CONCETTO DI GUAINA (KOSA) NEL PENSIERO VEDANTICO

Nelle parti precedenti abbiamo iniziato a tracciare un dialogo fra  il platonismo e il sufismo islamico in merito al concetto di Verità come s-velatezza.

L’ipotesi teorica che guida questo studio è l’Unità trascendentale della Tradizione, quindi la postulazione di una Sophia Perennis che, nei suoi assunti fondamentali, ritroviamo nelle varie tradizioni metafisiche.

Nel Vedanta (in modo particolare nel Taittirya Upanisad)  il termine Kosa (guaina) indica 5 strati che coprono, velano, la vera natura del Sé, l’Atman. Sono come degli involucri concentrici (dal più grossolano al più sottile) che rivestono il principio spirituale e impediscono la realizzazione diretta della sua identità con il Brahman.

  1. Annamaya-Kosa: Guaina fatta di cibo: corpo fisico
  2. Pranamaya-Kosa: Guaina fatta di prana: energia vitale che anima il corpo
  3. Manomaya-Kosa: Guaina fatta di manas (mente): i pensieri e le emozioni
  4. Vijnanamaya-Kosa: Guaina fatta di intelletto: Facoltà di giudizio e discernimento
  5. Anandamaya-Kosa: Guaina fatta di beatitudine: aspetto sottile associato al sonno profondo.

Il sufismo e il Vedanta condividono l’assunto fondamentale che la vera realtà (Al-Haqq,  Brahman) è sempre presente ma velata da ciò che è accidentale, impermanente, illusorio. Infatti, ognuno dei cinque Kosa contiene nella sua nomenclatura il termine Maya, il velo dell’illusione.

L’etimologia latina del termine “illusione” rimanda a in-ludere, ovvero entrare nel gioco. Già il linguaggio ci suggerisce che l’illusione non è semplicemente un mero inganno, ma implica l’idea di una partecipazione a una dimensione che ci avvolge, ci include, nella quale viviamo. Il mondo dell’illusione, di Maya, del divenire universale, come già suggeriva Platone non è un non-essere. Sebbene la realtà fenomenologica non sia la Realtà, tuttavia, ne partecipa in forma umbratile. Secondo quella che R. Guenon definisce la Teoria metafisica degli stati molteplici dell’Essere, ogni grado della manifestazione universale, dalla più materiale dove prevale l’aspetto della quantità, a quella più spirituale dove prevale l’aspetto qualitativo, ha  leggi che ne rappresentano la ragion d’essere. Come qualsiasi gioco, ad esempio il calcio, il basket etc., ha, entro un determinato tempo, delle regole affinché il gioco possa sussistere, così ogni stato della manifestazione ha delle leggi che ne delimitano la validità (esempio la legge di causa-effetto etc).

Questa intuizione si ritrova in una delle immagini più potenti del pensiero induista: il cosmo, il Rta, è Līlā, il gioco divino. Nella prospettiva vedantica, Brahman non crea il mondo per necessità o mancanza, ma per puro gioco: la molteplicità degli esseri è la danza cosmica di Shiva che “incarna” quell’immane e ininterrotto processo di creazione-distruzione-trasformazione che, come giustamente aveva colto F. Nietzsche, mantiene il carattere di innocenza.

Un’eco affine risuona in Eraclito secondo il quale il mondo è “un gioco di un fanciullino che muove le pedine“. Questa immagine esprime la gratuità e la necessità del divenire: il cosmo non è ordinato da un calcolo umano ma da un Logos che, come un bambino, gioca con leggerezza e insieme con assoluta serietà. Il gioco cosmico, proprio perchè non ha scopo esterno, è compiuto in sé stesso.

Nel Corano (57:20) ne La sura del ferro la vita terrena è definita la’ib wa lahw, “gioco e trastullo” a indicare il carattere transitorio e non-ultimo del mondo fenomenico. Il sufismo ha letto questo passo come rivelazione del carattere simbolico della creazione, in cui le forme sono velami che nascondono e contemporaneamente “mostrano” la Realtà. In questo senso il cosmo, anche nella prospettiva sufi, è un gioco divino: un continuo crearsi e svelarsi, serio e leggero insieme, dove il Reale si diverte con le sue infinite maschere.

L’illusione quindi, nella prospettiva metafisica, non è un errore da distruggere, ma l’invito a riconoscere che dietro il fluire delle forme e dei nomi, vi è una Presenza inalterabile, s-velare la serietà nascosta nel gioco, l’Unità che regge la molteplicità, la consapevolezza che le forme fenomeniche non hanno esistenza autonoma (Platone definisce infatti gli oggetti fenomenici eikona, icone che rimandano ad altro di cui sono immagini), ma sono come specchi che riflettono l’Uno.

PROSPETTIVA MACROCOSMICA DEI KOSA

Fino ad ora abbiamo analizzato i Kosa nella connotazione microcosmica come inerenti all’essere umano in quanto rivestimenti, guaine, dell’Atman.

Tuttavia nella prospettiva vedantica e sopratutto in quella delle Upanisad, tutto ciò che appare nell’essere umano (il microcosmo) è, come un riflesso, uno specchio di quello che accade nel macrocosmo così come recita la formula vedica yat pinde tat brahmande (ciò che è nel corpo individuale [pinda] è anche nel macrocosmo [brahmanda]).

Questa formula vedica richiama immediatamente quella molto più conosciuta presente nelle Tavole smeraldine attribuite a Ermete Trismegisto “Quod est superior est sicut quod est inferius, et quod est inferius est sicut quod est superius, ad perpetranda miracula rei unius” che è spesso parafrasata come “Come il sopra così il sotto, come il dentro così il fuori”.

Il grande sufi, lo shaykh al-akbar, Ibn Arabi, allo stesso modo, nel testo La sapienza dei profeti, nel capito dedicato ad Adamo, scrisse che l’uomo è un mondo minore (alam saghir) e il cosmo è un uomo maggiore (insan kabir).

I Kosa, quindi, non sono solo strutture psicofisiche individuali,  ma anche strati cosmici dell’ordine universale. Se nel microcosmo velano l’Atman individuale, nel macrocosmo velano il Brahman come fondamento dell’universo.

Nell’ordine macrocosmico i Kosa diventano:

  1. Annamaya-Kosa: il mondo materiale, la natura grossolana (Bhutas)
  2. Pranamaya-Kosa: il prana cosmico che anima l’universo, la forma vitale universale
  3. Manomaya-Kosa: la mente cosmica (Mahat)
  4. Vijnanamaya-Kosa: il buddhi cosmico, Intelligenza Universale (Isvara in quanto ordinatore)
  5. Anandamaya-Kosa: l’ordine causale sottile che avvolge il Brahma

 

Kosa (Guaina) Microcosmo Macrocosmo Funzione velante
Annamaya-Kosa Corpo fisico fatto di nutrimento e dissolto in nutrimento Il corpo cosmico (Virat), mondo grossolan o (prthivi, gli elementi materiali Identificazione con il corpo e la materia
Pranamaya-Kosa Energia vitale, respiro, funzioni fisiologiche Il soffio vitale universale che anima tutti gli esseri Illusione che la vita sia separata dal flusso cosmico
Manomaya-Kosa Mente, emozioni, facoltà percettive La mente cosmica (Samasti Manas) Identificazione con i pensieri e le emozioni transitorie
Vijnanamaya-Kosa Intelletto (Buddhi individuale) Intelligenza ordinatrice dell’universo (Isvara come Mahat universale) Velare l’unità dietro la molteplicità ordinata

 

Anandamaya-Kosa Esperienza interiore di gioia sottile, pace relativa Causa sottile dell’universo, rivestimento più vicino  al Brahman Illusione che la beatitudine relativa sia l’Assoluto

 

Questo schema riassuntivo mostra come ogni kosa come velo microcosmico abbia una sua corrispondenza a livello macrocosmico.

Nella prossima sezione cercheremo di trovare delle correlazioni tra il concetto di Kosa che abbiamo appena analizzato e il concetto sufi di hijab che abbiamo analizzato nelle parti precedenti.

Nicola Carboni

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