Considerazioni preliminari:
la verità come s-velamento [Aletheia].
Il concetto di Velo nel sufismo – parte 3
Nella parte precedente abbiamo analizzato in maniera più specifica il rapporto fra Al-Wâhidiyyah (l’Unicità) e Qualità divine mettendole in correlazione con le Idee di Platone.
In questa sezione affronteremo un tema centrale per la Gnosi del Sufismo Islamico, ovvero il concetto di Hijab, il Velo, ciò che impedisce di vedere la Realtà, così come è, come se fossero strati di illusione (maya) che si frappongono fra l’anima e la visione pura.
Ibn Arabi distingue tra veli tenebrosi, come l’ignoranza, il desiderio, la materialità, e veli luminosi, come la virtù, gli stati spirituali, la ragione che, se presi come fine e non come mezzo, possono diventare essi stessi ostacoli per l’incontro con il Divino.
Anche a livello prettamente linguistico esiste una intima parentela tra il concetto greco di Verità come aletheia, ciò che non è (più) velato e il processo di dis-velamento, di rimozione del velo, Kashf al-hijab, nel Sufismo: entrambi mirano allo stesso “gesto” metafisico: far cadere il velo dell’apparenza per lasciar emergere ciò che è nella sua nudità più essenziale. Come in Parmenide nel cammino del filosofo che lascia il mondo dell’opinione (che si fonda sulle apparenze fenomeniche e mutevoli delle cose sottoposte a mutamento) per giungere all’Essere puro, o come nel viaggio anagogico descritto nel mito della Caverna – un viaggio dall’Oscurità alla Luce, dall’Ignoranza alla Verità, dall’Apparenza alla Realtà – il Kashf è una visione trasformante, una metanoia o una epopteia, la visione finale dei Misteri Eleusini che ebbero una importanza capitale, sebbene poco riconosciuta, per lo sviluppo della filosofia greca in generale e di Platone in particolare.
Questa visione trasformatrice, chiamata anche Visione del cuore (il cuore inteso come sede dell’Intelletto), coincide con l’estinzione dell’Ego separato. Come affermava Ibn Arabi “tu credi che ci sia un velo tra te e Dio, ma in verità sei tu il tuo stesso velo”. Allo stesso modo Sankara affermava che “il mondo appare vero per l’ignorante, come illusione per il sapiente, come Brahman per il liberato”. L’illusione, il velo, esiste solo dalla parte della creatura separata. Dal punto di vista del Reale non c’è mai stata una separazione.
Nel sufismo si dice che Ar-Ruh, lo Spirito,l’elemento verticale e An-naft, l’anima, l’elemento orizzontale, combattono per il possesso del figlio comune, al – qalb, il cuore. Questo rappresenta, l’organo centrale dell’anima, che a livello simbolo può essere definito come il centro della croce (così come rappresentato dai Rosacroce e da gran parte del cristianesimo esoterico). Fin tanto che predomina an-naft, quindi l’aspetto orizzontale, materiale e centrifugo, il cuore viene velato e soggiogato dagli istinti egoici. Quando, vinto da ar-ruh, intraprende il viaggio esoterico verso lo Spirito, il cuore si rivela come il luogo dell’incontro con il divino, il Sirr, il Mistero divino nell’uomo come sua Mishkat, Tabernacolo (in ebraico è Mishkan, il Tabernacolo dell’Alleanza) e Dimora ove trovare la Sakinah, la Pax Profunda data dalla Presenza reale (la Shekinah).
E’ interessante come il concetto del Cuore come dimora sia presente anche nell’induismo. Si parla infatti di un ventricolo, guha, del cuore, hridaya, centro vitale dell’essere umano, a livello metafisico, che è la Brahma-pura, la dimora di Brahma. Nello Chhandogya Upanishad “Questo Atma che sta nel cuore è più piccolo di un chicco di riso, più piccolo di un chicco d’orzo, più piccolo di un chicco di senape…questo Atma che sta nel cuore è anche più grande della terra, più grande dell’atmosfera, più grande del cielo” che trova echi in Matteo 13, 31-32 “Il Regno dei Cieli è simile al granello di senape che un uomo prende e semina nel suo campo, esso è il più piccolo di tutti i semi ma, una volta cresciuto, è il più grande di tutti i legumi e diviene un albero”.
Le grandi Tradizioni dunque parlano di un processo di svelamento come il ripristino di una condizione di non-dualità che avviene attraverso un processo di tipo conoscitivo e metafisico: un incontro reale con il divino, un ritorno a casa a una condizione da sempre esistente, ma dimenticata e velata (da qua il doppio significato di aletheia come non-dimenticato e non-velato), per colpa della “caduta” dell’ego nella condizione di separatezza metafisica che si ripercuote a livello gnoseologico in ignoranza.
Nel Sufismo i veli interiori sono legati a quattro fattori:
- hubb ad-dunya (l’amore per il mondo nel suo aspetto materiale e contingente) che si manifesta nel hijab al-jism [velo del corpo e dell’attaccamento alla materia, ai sensi e al mondo fenomenico]
- nafs (l’ego), chesi manifesta nel hijab al-nafs [velo dell’anima animale, dei desideri e degli impulsi]
- ‘aql muzayyad (l’intelletto separativo) che si manifesta nel hijab al-khayal [velo dell’immaginazione, dei pensieri e delle passioni] e nel hijab al aql [velo dell’intelletto e dell’orgoglio spirituale]
- beatitudine spirituale quando diventa una forma di attaccamento che si manifesta nel hijab an-na’im.
È fondamentale in tale contesto soffermarsi su quest’ultima forma poiché rappresenta un passaggio decisivo dall’ontologia alla metafisica pura, nel rapporto fra Nomi Divini e il concetto di velo. Secondo Ibn Arabi ogni Nome è un velo sull’Essenza: pur permettendo l’avvicinamento al Divino, i Nomi possono diventare limiti se non vengono trascesi nella loro Ahadiyya (unità). Questo rischio è chiamato Shirk Khafi, l’idolatria sottile: fissarsi su una immagine parziale del Reale.
Poiché l’Essenza è inconoscibile, priva di distinzioni e determinazioni, senza nomi né forma, per “farsi conoscere” si manifesta attraverso i Nomi che ne esprimono aspetti determinati e quindi ne diventano epifanie e, allo stesso tempo, veli perché costituiscono il primo gradi di determinazione dell’indeterminato, strumenti di rivelazione che al tempo stesso occultano. Ogni Nome infatti, pur rifacendosi all’Essenza, non la esaurisce ma la limita secondo una forma: Al-Rahman, Al-Alim, Al-Qahhar etc. esprimono attributi reali ma non dicono nulla dell’Essenza in quanto tale. Ogni Nome implica una dualità, mentre l’Essenza è, per sua natura, non duale.
Allo stesso modo nell’Advaita Vedanta, i nomi del Brahman Saguna sono Upadhi, limitazioni apparenti che velano la Realtà del Brahman Nirguna, e nel Neoplatonismo le ipostasi (Nous – Anima Mundi), sono modi attraverso i quali l’Uno si manifesta e allo stesso si nasconde, essendo l’Uno è al di là dell’Essere.
Un manifestarsi che è velamento e un velamento che è una manifestazione rappresentano due atti dello stesso mistero della teofania. Ogni forma, ogni qualità, ogni determinazione che appare nel mondo è una rivelazione del divino, ma in quanto forma, occulta l’illimitato, l’indifferenziato, l’Unità pura.
Secondo il Sufismo, il cammino della conoscenza, della Gnosi, è un processo di dis-velamento che rappresenta, in sostanza, ad un ritorno all’Unità originaria attraverso la trascendenza dei Nomi.

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