La CREAZIONE del MONDO quotidiano. Un approccio di dialogo fra PSICOLOGIA e FILOSOFIA. IL PROCESSO DI NATURALIZZAZIONE

Attraverso i concetti antitetici di Τοπος e A- Τοπος, il primo universo inindagato e accettato a livello…
 

La CREAZIONE del MONDO quotidiano. Un approccio di dialogo fra PSICOLOGIA e FILOSOFIA.

IL PROCESSO DI NATURALIZZAZIONE

Attraverso i concetti antitetici di Τοπος e A- Τοπος, il primo universo inindagato e accettato a livello pre-riflessivo, il secondo come la crisi, l’eversione del già-dato, dell’aspettato e che apre le porte alla sorpresa, alla meraviglia e da queste alla riflessione e alla ricerca, abbiamo posto i primi tasselli per ragionare intorno alla creazione del mondo quotidiano, la dimensione dell’ovvietà.

Abbiamo visto come Glaucone, sollecitato da Socrate a immaginare i prigionieri dentro la caverna, definisca questa immagine e quegli stessi prigionieri come strani “Ατοπον, έψη, λέγεις είκόνα καί δεσμώτας άτόπους” [Che strana questa immagine e che strani questi prigionieri]. Eppure, risponde Socrate, sono Ομοίους ήμίν “simili a noi”.

Su questa risposta assai destabilizzante, è necessario riflettere molto seriamente e molto duramente. Attraverso l’introduzione del Mito della Caverna, Platone sta parlando di una condizione esistenziale universale. Ma in cosa siamo simili ai prigionieri? Questi vengono descritti come costretti a vedere delle ombre che vengono proiettate sulle pareti della caverna fin dalla nascita. Non hanno nemmeno la possibilità di immaginare che la realtà possa essere diversa, non hanno la possibilità di un pensare altrimenti. La stessa Possibilità per loro è contratta di Necessità e Ovvietà. In questo senso i prigionieri non solamente sono simili a noi, ma siamo noi allorquando all’ovvietà ci leghiamo come unica guida, quando ci ancoriamo a un’unica realtà, a un pensiero unico.

Per Platone questo ha una precisa dimensione esistenziale e ontologica. Il servo, come viene descritto nel Simposio, uno dei dialoghi dedicati all’Amore, è colui che si ferma alla bellezza presente in un solo oggetto [Simp. 210d] senza rivolgersi verso “il gran mare dell’essere” l’unico modo per “partorire molti discorsi belli e magnifici, e pensieri, in un amore – senza invidia – per la sapienza” [Simp. 210d 3-4]. Eros per Platone è una tensione ontologica che, rendendo l’uomo consapevole della propria mancanza di conoscenza, il sapere di non sapere, dà avvio a quel processo gnoseologico e anagogico rivolto verso le idee e il Bene. Servo è colui che rimane ancorato alla realtà puramente materiale, all’aspetto fenomenico delle cose scambiandola come realtà noumenica e non considerandola come semplice immagine (icona) che rinvia ad altro, ovvero ad una realtà intellettiva che si manifesta per mezzo delle cose stesse. Ad esempio, una cosa bella è tale in virtù della partecipazione all’idea di Bellezza. Gli oggetti sono, per usare una terminologia presa in prestito da Giordano Bruno, ombre delle idee. I prigionieri della caverna rappresentano e esplicitano questa condizione cui l’essere umano appare condannato e contro la quale necessita di un vero e proprio processo di liberazione, così come descritto nel Mito. I prigionieri sono heideggerianamente gettati in una realtà che scambiano per la Realtà e in tal modo non sono neanche consapevoli della loro condizione di cattività. Vivono nella condizione di Ovvietà, in una metafora che ha perso la sua natura metaforica e in tal modo cade in una pietrificazione dell’essente.

A tale condizione diamo nome di naturalizzazione che possiamo definire, in maniera sintetica, come una incapacità di vedere il mondo con altri occhi. È quel processo che ci fa accettare il mondo così come è nella forma del già-dato preriflessivo, senza alcuna forma di sospetto che le cose possano essere in maniera differente.

Tuttavia dobbiamo spingerci più in profondità e interrogare filosoficamente quello stesso processo di naturalizzazione. Se, come Platone suggerisce, quella condizione di prigionia descritta nel Mito della Caverna, è una condizione universale e esistenziale, dobbiamo chiederci se esistono dei precisi meccanismi di funzionamento endogeni all’uomo di tipo psicologico, che fanno sì che tale processo di naturalizzazione sia una condizione naturale dell’essere umano.

Hannah Arendt in Che cosa è la politica? ragiona intorno a quel tipo di credenze condivise involontariamente, che non mettiamo più in discussione, che diamo per scontato, su cui non ci interroghiamo in quanto fanno parte di quel che ci appare come naturale e che definisce pre-giudizio di cui nessuno può fare a meno «Una vita del tutto priva di pre-giudizi richiederebbe una vigilanza sovrumana, una disponibilità continua quanto improbabile a lasciarsi colpire e coinvolgere dalla totalità del reale, quasi che ogni giorno fosse il primo o il giorno del giudizio universale»[1].

Per poter sopravvivere dobbiamo quindi gettare “una colata di cemento” di ovvietà, di un universo inindagato e dato per scontato. Dobbiamo insomma banalizzare il mondo, ovvero ridurre l’infinità complessità del reale a una non problematicità.

L’atteggiamento naturale è quindi naturalizzare il mondo, tuttavia questo processo affonda le sue radici in un altro, necessario alla vita individuale e sociale, che possiamo definire banalizzazione.

Abbiamo bisogno di banalizzare il mondo che ci circonda e di incorporarlo attraverso l’apprendimento. Per esempio, impariamo a guidare l’automobile banalizzando tutti gli atti necessari alla guida, cioè all’azione umana che si rapporta alla macchina. A livello psicologico possiamo dire che la banalizzazione comporta un passaggio da un processo controllato a un processo automatico che chiama in causa l’attenzione che possiamo definire come quel processo mentale che ci permette di elaborare appieno e a livello consapevole una parte limitata di informazioni selezionandola dall’enorme quantità di informazioni di cui veniamo a disporre attraverso i sensi.

Sono automatici quei processi che sono svolti senza l’intervento consapevole del soggetto e che non richiedono un controllo attento da parte sua, sono svolti in maniera rapida e possono essere eseguiti in parallelo con altre azioni; contrariamente sono controllati quei processi che hanno luogo sotto il controllo consapevole del soggetto e richiedono attenzione e pianificazione per essere svolti.

Cosa permette l’automatizzazione dei processi controllati? Gran parte dei processi che sottostanno ai nostri comportamenti e alle nostre azioni richiedono inizialmente un qualche controllo dell’attenzione (e quindi della consapevolezza), mentre in seguito alla pratica e all’esercizio, quindi per mezzo dell’apprendimento, possono essere svolti in maniera automatica. Il passaggio dall’esecuzione controllata a quella automatica comporta il vantaggio di liberare risorse per far fronte a un nuovo evento.

In che modo la pratica rende automatico un processo? Secondo Logan [1988] avviene per mezzo di un meccanismo di tipo associativo, aumentando la disponibilità di conoscenze base di un individuo, permettendo un più veloce recupero della memoria dell’informazione necessaria associata a un determinato contesto o situazione nell’istante in cui quel contesto o situazione si presenta. Quando dobbiamo affrontare un compito nuovo dobbiamo compiere uno streben, uno sforzo di tipo cognitivo; quando ci troviamo a svolgere lo stesso compito una seconda volta, lo sforzo sarà minore perché rimangono in memoria delle tracce, dei chunk che possono essere utilizzati. La pratica di uno stesso stimolo fa sì che vengano immagazzinate un numero crescente di informazioni relative a quella stimolo e l’aumento delle conoscenze dovute alla pratica permette un più rapido recupero delle informazioni relative allo stimolo non appena esso si presenta. Questa teoria, chiamata Instance Theory, descrive, a livello psicologico, il processo di naturalizzazione che abbiamo affrontato filosoficamente. Un processo diventa automatico quando si basa sul recupero immediato e diretto di soluzioni pregresse contenute in memoria. I processi automatici sono inoltre inconsapevoli perché tra la presentazione di uno stimolo e il recupero della risposta appropriata non ha luogo alcun processo di elaborazione aggiuntiva.

Il processo di naturalizzazione si basa su un determinato funzionamento psicologico che tira in ballo l’attenzione, la memoria e l’apprendimento che affronteremo più avanti.

A livello schematico possiamo trarre alcune conseguenze che dovremo tenere ben a mente

La naturalizzazione:

  1. É un atteggiamento naturale perché si fonda su meccanismo di funzionamento psicologico
  2. É da ascrivere in tutti quei processi automatici che fanno parte dell’inconscio cognitivo
  3. In quanto processo automatico non richiede la consapevolezza (si accetta così come è in quanto già-dato)
  4. In quanto processo automatico è rapido, avviene senza sforzo
  5. Permette di risparmiare energie quindi funzionale per il mantenimento dell’essere umano in quanto essere biologico

[1]H. Arendt, Che cosa è la politica, Ed. di Comunità, Milano 1995, p.61

Nicola Carboni

 

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