Il concetto di Velo nel sufismo – parte 4

LA VERITÀ COME SVELATEZZA Considerazioni preliminari: la verità come s-velamento [Aletheia] – Il concetto di Velo nel sufismo – parte 4

Secondo il sufismo, i 99 Nomi divini sono veli che mostrano un volto del Reale ma non la sua essenza infinita. L’articolo indaga l’idea del centesimo nome, il silenzio che precede ogni parola. Un concetto che risuona con il Brahman vedico e l’Uno di Plotino…
 

Considerazioni preliminari: la verità come s-velamento [aletheia]. Il concetto di velo nel sufismo – parte 4

Nelle parti precedenti abbiamo già affrontato il concetto sufi di Asma al-Husna (I nomi più belli) di Allah evidenziando come ogni Nome, secondo il pensiero di Ibn Arabi, possa essere esso stesso un velo che nasconde la Dhat (Essenza) divina e dell’insito pericolo della Shirk Khafi, l’idolatria sottile, il venerare una immagine parziale del Reale.

Comunemente si parla di 99 Nomi divini, tuttavia alcuni mistici sufi aggiungono un al-ism al-a’zam, il nome Supremo che non può essere pronunciato, che resta nascosto ma che ricomprende e trascende gli altri 99.

In questa parte affronteremo un problema centrale della metafisica tradizionale, la possibilità stessa della nominazione di un Assoluto nel suo carattere di Infinità. Si tratta dello stesso problema, considerato come tragico, da tutte le vie apofatiche (il Neti-Neti Vedantico, l’opera di Dionigi l’Areopagita etc.) che assumono il postulato che, poiché il Divino trascende ogni possibilità di definizione umana, l’unico modo per poterne parlare è la negazione di qualsiasi categoria finita.

Nominare qualcosa, infatti, significa circoscrivere una categoria del reale entro confini limitati che, non solo definiscono, cosa è la cosa nominata, ma contemporaneamente, definiscono anche cosa non è. Se questo può avere una certa legittimità a livello logico e ontologico, lo stesso non si può dire a livello metafisico, laddove ciò di cui si parla, essendo per sua natura infinito, trascende ogni forma di nominazione. Poiché ogni nome è un relativo e stabilisce una forma di relazione, ha una sua ragion d’essere nell’Al-Wahidiyyah (l’Unicità) ma non nell’Al-Ahidiyyah (l’Unità). Ogni Nome, dunque, è un velo perché, essendo un ente di relazione, mostra un aspetto parziale di una Realtà Infinita che trascende ogni relativo. I Nomi divini, pur essendo il primo grado delle determinazioni dell’Indeterminato, sono veli, strumenti di rivelazione che al tempo stesso occultano.

Se, come afferma Ibn Arabi  Al-Dhat, l’essenza, divina, l’essenza pura è assolutamente inconoscibile, la yu’raf, oltre l’essere stesso, dobbiamo chiederci, in prospettiva sufi, se anche il nome Allah, è anch’esso un velo, una qualche forma di determinazione. Questo significa portare alle estreme conseguenze gli assunti metafisici.

Secondo tale prospettiva, è considerato il nome totalizzante, quello che racchiude tutti gli altri, che più si avvicina alla totalità del divino, ma non alla Dhat stessa. Anche Allah in quanto segno linguistico, è un simbolo, una veste del vero. Questo è il senso profondo ed esoterico del centesimo nome, quello mancante, che nessuno conosce perché non è un nome in senso ordinario. È un nome, il silenzio che procede e segue tutti i Nomi.  I 99 Nomi, sono le modalità attraverso cui il divino si rende conoscibile come una finestra sulla Realtà. Sono le luci del volto divino nella molteplicità del mondo che danno senso e ordine alle cose. Ma proprio perché manifestazioni non esauriscono l’Essenza. Possiamo pensare il centesimo nome in tre modi: 1. Ism bi-la-sawt, il Nome senza suono; 2. Presenza pura che si rivela solo quando i 99 nomi tacciono; 3. la Realtà senza volto.

Così come il Brahman Nirguna nel Advaita Vedanta è al di là dell’essere e del non -essere, oltre ogni dualità ontologica che non può essere compresa né come mawjud (esistente) né come ghayr mawjud (non esistente).

Allo stesso modo Plotino definisce l’Uno, τό Εν, il principio assoluto come un non ente che non può essere compreso con il pensiero discorsivo ma può essere realizzato solo in un atto di estasi quando l’anima trascende ogni forma di dualità. Essendo, επεκεινα της ουσιας, oltre l’essere e l’intelletto, conoscere l’Uno, in quanto assoluto in sé, è αγνωστον, non conoscibile. Si possono conoscere solamente le sue emanazioni/attributi (Intelletto, Anima Universale).

Nel sufismo e nel neoplatonismo troviamo la stessa dimensione ontologico/metafisica rispetto al Divino:  conoscibile attraverso le sue manifestazioni (i Nomi, emanazioni) ma inconoscibile in quanto Assoluto.

Possiamo ritrovare questa stessa impostazione nel pensiero di un filosofo poco conosciuto, un medioplatonico del II d.c, Numenio di Apamea che distingue due principi supremi: il Theos protos, il Primo Dio che è αρρητος ( arrhetos), indicibile, ineffabile e il Theos deuteros, il Secondo Dio, che l’intelletto demiurgico, principio pensante e conoscibile attraverso cui emergono le idee, le determinazioni e quindi ciò che è conoscibile.

Da un lato abbiamo un livello manifesto (Al-Wahidiyyah con i 99 Nomi e il Secondo Dio) con tutta la molteplicità di attributi e intellezioni e dall’altro un livello assoluto e ineffabile ( Al-Ahidiyyah, l’al -Dhat, il centesimo nome e il Primo Dio) che rappresenta la pura trascendenza che va oltre ogni concetto.

Una simile riflessione è presente anche nel pensiero gnostico, in modo particolare nel Vangelo Apocrifo di Giovanni dove si legge “Sopra tutto c’è il vero Dio e il Padre del tutto, è lo spirito invisibile, è al di sopra di tutto…non è lecito rappresentarselo come gli dei…è più grande degli dei…egli non ha bisogno di alcuno…è assolutamente perfetto…non può essere scrutato…è indicibile[Apocr.Gv, NHC, II, 2, 26-4, 19].

Ogni nome istituisce un dualismo: da un lato colui che pronuncia, dall’altro ciò che viene nominato. Nel caso del sufismo, anche il Nome supremo, Allah, pur raccogliendo e trascendendo tutti gli altri, resta un segno, e in quanto segno implica una relazione. L’Assoluto, invece, non è relazione ma pura identità. Per questo ogni nome resta un velo: rivela un volto del Reale, ma lo fa sempre nello specchio della dualità. Solo il silenzio – il centesimo nome – è non-duale, perché non separa chi nomina da ciò che è nominato, ma si manifesta come Presenza assoluta prima del Verbo.

In una prospettiva metafisica, quel silenzio antecedente ad ogni parola, è potenza pura (in termini aristotelici), il motore dell’essere. Non è assenza, ma l’eco del Reale che abita oltre la forma. Quando tutti i 99 nomi sono stati invocati, meditati e trascesi rimane il silenzio di el-fana, la dissoluzione dell’Ego, e solo in quel vuoto è possibile el-baqa, la sussistenza nel divino. Il centesimo nome, l’indicibilità del divino, è il silenzio prima, durante, e dopo ogni suono; è il non suono prima della pronuncia della Parola creatrice, kun (in arabo), fiat lux (nella tradizione ebraico-cristiana), l’essere in potenza prima della manifestazione, la Pax Profunda, la Shakina, indivisa di una realtà che non ha preso forma. Tutte le parole infatti sono espansione, emanazione e proiezione nella molteplicità. Kun, Fiat rappresentano già una tensione ontologica, è già il passaggio dall’Uno al Molteplice, dall’esistenza indistinta all’esistenza determinata.

Questa stessa intuizione si ritrova in un antichissimo inno vedico, il Nasadiya Sukta o Inno della non esistenza, del Rgveda (X, 129) l’inno cosmologico che descrive lo stato originario “In principio non vi era Essere né non Essere…L’Uno respirava senza respiro, per impulso proprio. Oltre a quello non vi era assolutamente null’altro“. Questo inno cerca di dare espressione all’intuizione dell’unità della realtà, che viene esperita come qualcosa di talmente assoluto da non aver bisogno di alcuna forma di supporto. Il Principio non è né reale né non reale, né essere né non essere, è apofatismo totale e include tutto, anche se stesso. L’Essere, così come il Non Essere sono concetti contraddittori se applicati al mistero dell’Assoluto, l’ab-solutus, ciò che è sciolto da tutto e, quando se ne parla o lo si pensa, neghiamo tale carattere di assoluto.

In quel silenzio primordiale, che non è vuoto ma potenzialità illimata, si manifesta la stessa soglia che nel sufismo si cela nel centesimo nome: una realtà senza volto e senza parola, al di là di ogni dualità ontologica. La presenza silenziosa che precede il Kun e la condizione precosmica evocata dal Nasadiya Sukta sono due modalità diverse di alludere alla stessa dimensione: il mistero indicibile da cui scaturisce l’essere. Così come il Brahman Nirguna di Sankara o l’Uno di Plotino, anche il silenzioso centesimo nome indica un Assoluto che non si lascia ridurre né al linguaggio né al pensiero, ma che al tempo stesso ne costituisce il fondamento.

Nicola Carboni

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