Mentre stiamo parlando il tempo invidioso sarà già fuggito. Cogli l’attimo confidando il meno possibile nel domani.
Orazio
Quinto Orazio Flacco (Quintus Horatius Flaccus in latino), meglio noto come Orazio, uno dei massimi poeti dell’età augustea, nacque l’8 dicembre del 65 a.C. a Venosa, nell’Apulia lucana, una colonia romana (attuale Basilicata). Suo padre, un liberto, fu determinato a offrire al figlio un’educazione di alto livello: lo portò a Roma, dove il giovane poté studiare retorica, grammatica e filosofia.
Intorno al 45 a.C., Orazio completò la sua formazione ad Atene, centro prestigioso della cultura greca. Qui studiò filosofia epicurea. Dopo l’assassinio di Giulio Cesare, Orazio si arruolò nell’esercito repubblicano sotto Bruto e Cassio, diventando tribunus militum. La sconfitta di Filippi nel 42 a.C. segnò la fine delle speranze repubblicane e il poeta fece ritorno a Roma, privo dei suoi beni confiscati.
Grazie a un impiego come scriba presso l’erario (scriba quaestorius), Orazio ritrovò la stabilità economica e poté riprendere a scrivere. Il suo talento lo fece emergere nei circoli letterari: Virgilio e Vario lo presentarono a Mecenate, il potente consigliere di Ottaviano Augusto e grande protettore degli intellettuali. Tra Mecenate e Orazio nacque un rapporto di amicizia duraturo, e Mecenate gli donò una villa in Sabina, rifugio fondamentale per la scrittura e la riflessione.
La produzione oraziana comprende Satire, Epodi, Odi ed Epistole: opere che spaziano dal tono morale a quello lirico. La sua poesia è attraversata dal principio epicureo del “carpe diem”, l’invito a cogliere l’attimo presente con equilibrio, senza eccessi né illusioni. Le Odi, in particolare, rappresentano uno dei vertici della lirica occidentale.
Negli ultimi anni, Orazio fu riconosciuto come uno dei maggiori poeti dell’età augustea. Augusto stesso gli affidò la composizione del Carmen saeculare nel 17 a.C., l’inno solenne che celebrava i Ludi Saeculares.
Orazio morì a Roma nell’8 a.C., pochi mesi dopo il suo amico Mecenate, e fu sepolto accanto a lui. Con la sua opera lasciò un’eredità che attraversò i secoli: equilibrio, misura e una raffinata sensibilità formale che fecero di lui uno dei maestri indiscussi della poesia latina.
In cover: foto della statua di Orazio a Venosa, opera di Achille D’Orsi (1898). L’immagine è stata adattata, l’originale si trova qui


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