Il concetto di Bene in Platone – Parte 3

PLATONE E SANKARA OVVERO DELL’UNITÀ TRASCENDENTALE DELLA TRADIZIONE. Il concetto di Bene in Platone – Parte 3

Nel terzo capitolo del saggio di Nicola Carboni, il Bene in Platone viene analizzato attraverso il Filebo. Dall’autosufficienza del Principio alla sua manifestazione nella natura del Bello, l’articolo svela l’unità profonda con l’Advaita Vedanta e il Sufismo.
 

PLATONE E SANKARA OVVERO DELL’UNITÀ TRASCENDENTALE DELLA TRADIZIONE.
Il concetto di Bene in Platone – Parte 3

Dopo aver analizzato le pagine che ne “La Repubblica” Platone dedica al concetto di Bene, in questa parte ci dedicheremo al Filebo, il secondo dialogo nel quale tale concetto viene tematizzato.

La caratteristica che accomuna tali dialoghi è l’impossibilità di parlare del Bene in sé e per sé. Nella Repubblica infatti Platone esplicita che non parlerà del Padre (il Bene in sé) ma del “Figlio”, ovvero delle conseguenze, ovvero il donare agli enti, sensibili e intelligibili, l’esistenza, l’essenza e la conoscibilità  «a proposito delle cose intelligibili, si può affermare che dal Bene ricevono non solo il dono di essere conosciute, ma anche l’esistenza e l’essenza, quantunque il Bene non si identifichi con l’essenza, ma per dignità e potenza sia superiore anche a questa.»[1][Rep. VI, 509b6-10]. In quanto causa dell’Essere e dell’Esistenza, si pone ad un livello superiore ad esse, qualcosa che trascende l’essenza «έπεκείνα τής ουσιας (epekeina tes ousias)» [Rep. VI, 509b].

Nel Filebo afferma che non parlerà del Bene in sé ma dei πρόδρομοί (prodromoi), i vestiboli del Bene. Nell’architettura greca, infatti, i prodromoi erano le anticamere che si trovavano prima dell’ingresso principale di un edificio, spesso tribunali o templi, per indicare in maniera molto precisa la difficoltà o l’impossibilità di parlare adeguatamente del Bene in sé.

La prima caratteristica che viene descritta è l’autosufficienza. «È necessario che la condizione del Bene sia compiuta o non compiuta? – Certo la più compiuta di tutte, o Socrate – E poi? Il Bene è autosufficiente? – Come no? E in questo è superiore a tutte le realtà»[2] [Filebo, 20d1-6].

Definire il Bene come autosufficiente ha una prima conseguenza, che per esistere non dipende da nulla. Exsistere significa uscire fuori, porsi fuori, emergere ovvero che deriva da qualcosa fuori dall’ente. Infatti, come abbiamo visto sopra, il Bene è causa dell’esistenza in quanto radice ontologica che fa emergere le cose dall’indefinito verso l’essere determinato. Ma se è causa ontologica, la sua essenza è sovra-ontologica.

«Che la natura del Bene è superiore alle altre realtà per questa caratteristica – Quale? – Per questo: se un essere vivente lo avesse in sé, sempre, in modo completo, in tutto e per tutto, non avrebbe bisogno di niente altro e sarebbe perfettamente autosufficiente. Non è così?»[3] [Filebo, 60b10-c5]. Come seconda caratteristica emerge cosa accade all’uomo che riuscisse a raggiungere il Bene, che non avrebbe bisogno di niente altro, e diventerebbe egli stesso autosufficiente.

Nel Simposio durante il dialogo fra il giovane Socrate e Diotima, la profetessa di Mantinea, possiamo trovare una chiave di lettura molto interessante riguardo a questo passo del Filebo. «Ma – disse – è proprio come se qualcuno, servendosi del bene in luogo del bello, mutasse la domanda: suvvia Socrate chi ama le cose buone che cosa ama? – Che esse – feci io – diventino sue – E che cosa accadrà a colui, cui vengano ad appartenere le cose buone? – A questo – risposi io- sono in grado di rispondere più facilmente: sarà felice. – È infatti per il possesso delle cose buone che i felici sono felici e non occorre più domandare ulteriormente»[4] [Simp. 204e8-205a5]. Il possesso del Bene rappresenta quella felicità ultima che libera l’uomo dal nesso desiderio – mancanza – dolore.

Per certi versi è molto simile al concetto sufi di Sakina (una analogia che riguarda l’effetto esistenziale prodotto nell’uomo non come identità di concetti). Deriva dalla radice S-k-n ed ha come significato primario “calma”, “pace” “tranquillità profonda”. Nel sufismo è la serenità, la pace interiore e trasformativa che deriva dalla presa di coscienza, della presenza operante del divino nel cuore dell’uomo. È la Pax Profunda, quello stato di pace che nasce dalla vicinanza della realtà suprema che elimina la  radice del tormento umano, la mancanza di ciò che manca. Tuttavia, questo stato non è né cogliibile né esprimibile dal linguaggio umano.

 «La potenza del Bene si è rifugiata nella natura del Bello»[5]. [Filebo, 64e5-6]. Il Bene in sé è al di là, al di sopra del linguaggio, del pensiero, esprimibile solo per via negativa-apofantica, nascosto, incessibile, troppo remoto per essere raggiunto direttamente. È il Bene che si mostra, non in sé ma secondo la sua dynamis (potenza), la sua possibilità di entrare in relazione con  altro da sé, attraverso la natura del Bello che diventa la manifestazione percepibile e pensabile del Bene. Il Bello è dunque il luogo dove la potenza del Bene si realizza e diventa accessibile all’uomo, una sorta di maschera, che mostra ma allo stesso tempo nasconde. Secondo una celebre tradizione mistica spesso citata dai sufi, un Hadith Qudsi “Ero un tesoro nascosto e desideravo essere conosciuto, così ho creato l’umanità, poi mi sono fatto conoscere a loro e mi hanno riconosciuto“.  In Platone anche il Bene è un tesoro nascosto, ontologicamente superiore e inaccessibile che utilizza il Bello per essere accessibile. Nel pensiero sufi questo racchiude il passaggio fra Ahadiyyah, l’Unità, e Wahidiyyah, Unicità, ovvero fra l’Unità assoluta e inaccessibile all’Unità nella Molteplicità in rapporto all’Esistenza. Allo stesso modo questo rappresenta, nella tradizione dell’advaita vedanta, dal Brahman Nirguna al Brahman Saguna, dal Non – qualificato oltre le forme e i nomi, al qualificato.

Il Bene si rivela attraverso la Bellezza. Sorgono due domande: perché la Bellezza e cosa si deve intendere per Bellezza?

Alla Bellezza, connessa in maniera inestricabile con Eros, l’Amore, Platone dedica due dialoghi, il Simposio e il Fedro. Nel simposio è il desiderio del bello che spinge l’uomo ad intraprendere un percorso anagogico, attraverso un scala amoris, dal bello materiale dei corpi, alla visione dell’Idea di Bellezza, nel gran mare dell’Essere. Nel Fedro, narrando del viaggio dell’anima nell’Iperuranio, la sede ontologica delle Idee « Per quanto riguarda la Bellezza, poi, come abbiamo detto, splendeva fra le realtà di lassù come Essere. E noi venuti quaggiù, l’abbiamo colta con la più chiara delle nostre sensazioni, in quanto risplendeva in modo luminosissimo … ora solamente la Bellezza ricevette questa sorte di essere ciò che è più manifesto e più amabile»[6] [Fedro, 250c8-d7]. Torna in modo potente quella metafora luminosa e visiva che abbiamo già incontrato nelle pagine della Repubblica in relazione all’azione illuminativa del Bene sugli enti intelligibili. Per Platone, la reminiscenza di quella Bellezza di lassù che si manifesta attraverso le forme minori della bellezza degli enti sensibili, spinge l’anima dell’uomo a compiere quella elevazione definita nel Simposio. Nel Filebo aggiunge un tassello che aveva lievemente accennato nel Simposio, ovvero che la Bellezza assume una importanza così fondamentale, perché è la chiave di accesso, il confine che mette in comunicazione l’aspetto ontologico con quello metafisico, la vera meta del viaggio filosofico, proprio perché quella dimensione inaccessibile e  ineffabile si rende manifesta nella natura del Bello.

[1]Ibidem, p. 529
[2]Platone, Filebo, Bompiani, Firenze, 2018, p. 71
[3]Platone, Filebo, op. cit. p. 213
[4]Platone, Simposio, Adelphi, Milano, 2002, p. 71
[5]Platone, Filebo, op.cit, p. 227.
[6]Platone, Fedro, Bompiani, Firenze, 2017, p.119

Nicola Carboni

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