Platone e Sankara ovvero dell’unità trascendentale della tradizione. Il concetto di Bene in Platone – Parte 1
L’essenza della filosofia di Platone sta in un radicale capovolgimento della visione comune della realtà e della vita. Ad un ingenuo materialismo che definisce reale l’aspetto fenomenico delle cose esperite tramite i sensi e che ricadono nell’eterno divenire, contrappone la ferma convinzione che propriamente reale è l’aspetto intelligibile, ontologico, permanente e incorruttibile.
Nel VI libro della Repubblica traccia un parallelismo onto-conoscitivo, ovvero una corrispondenza fra gradi dell’essere e livelli di conoscibilità.
«Considera per esempio una linea divisa in due segmenti diseguali, poi continua a dividerla allo stesso modo distinguendo il segmento del genere visibile [gli enti fenomenici] da quello del genere intelligibile. In base alla relativa chiarezza e oscurità degli oggetti farai un primo taglio, corrispondente alle immagini: considero tali in primo luogo le ombre, poi i riflessi nell’acqua e nei corpi opachi lisci e brillanti e tutti i fenomeni simili a questi …considera poi l’altro segmento, di cui il primo è l’immagine: corrisponde agli esseri viventi, alle piante, a tutto ciò che esiste»[1][Rep. 509d-10, 510a5-6].
In questo passo Platone sta tracciando la linea delle cose che ricadono nell’ambito della sensibilità che ontologicamente definiamo fenomeni. Questi si dividono, come viene esplicitato, in immagini (ombre, riflessi) e le cose sensibili vere e proprie (animali, piante, oggetti fisici in generale). Al primo aspetto ontologico (le immagini) corrisponde l’aspetto conoscitivo dell’eikasia (immaginazione), al secondo aspetto (le cose sensibili) corrisponde la pistis (la credenza), ovvero una conoscenza basata sull’esperienza sensibile e sulla doxa, l’opinione. In un dialogo intitolato il Menone, ragionando intorno al concetto di opinione, Platone definisce il massimo livello di conoscenza cui l’opinione può arrivare, l’orthe doxa, o opinione corretta dal punto di vista dell’orientamento all’azione e della guida pratica.
Nel Timeo sostiene che riguardo agli oggetti sensibili non sia possibile fare un discorso di verità a causa proprio del loro statuto ontologico, di essere soggetti al divenire e quindi al mutamento. Il discorso rivolto ciò che per sua essenza è sottoposto al divenire, sarà sempre e solo un discorso verosimile.
Come dobbiamo intendere per “fenomeno” Martin Heidegger nelle pagine iniziali di Essere e Tempo fa una analisi etimologica del termine «L’espressione greca φαινόμνον, a cui risale il termine fenomeno, deriva dal verbo φαινεσυαι che significa manifestarsi»[2]. Il fenomeno è ciò che si manifesta nell’atto di manifestarsi. È un concetto di relazione poiché l’atto di manifestarsi presuppone la presenza di qualcuno a cui si manifesta. Inoltre, φαινεσυαι, come spiega Heidegger, deriva dal verbo φαινω [phaino], illuminare, porre in chiaro, che deriva da φως [fos], la luce, il mezzo attraverso cui le cose possono essere visibili. Scrive infatti Platone «Sebbene la vista risieda negli occhi e chi li possieda voglia farne uso, anche se gli oggetti sono colorati, se manca un terzo elemento indispensabile tu sai che la vista non vedrà nulla, neppure i colori – Di quale elemento parli? – Di ciò che tu chiami luce – Veramente la capacità di vedere è stata vincolata a quella di essere visti da un legame non da poco, molto maggiore di quello che lega gli altri sensi al loro oggetto»[3] [Rep, VI, 507d11-508a2]. Fondamentale è in questo contesto il legame tra l’atto del vedere la conoscenza. Nelle lingue indoeuropee troviamo questo legame nella radice protoindoeuropea *weid che la ritroviamo nel latino videre (vedere ma anche percepire, comprendere), nel greco οιδα e in ιδειν (conoscere, vedere, osservare) e nel sanscrito vid (vedere, sapere, conoscere) che ritroviamo in termini quali Veda e Vidya (la conoscenza).
La seconda sezione della linea che abbiamo visto sopra inerisce invece agli enti intelligibili. «Nella prima sezione di tale segmento, l’anima, usando come immagini le cose che nell’altro segmento erano i modelli, è costretta a procedere per ipotesi, lungo una via che la conduce non verso il principio ma verso la fine. Poi nella seconda sezione, essa procede verso il principio assoluto senza ricorrere alle ipotesi e alle immagini, conducendo la sua ricerca solo grazie alle idee»[4] [Rep. VI, 510b4-9]. Nella prima sezione di questa parte della linea Platone intende gli oggetti matematici (numeri, figure geometriche, rapporti matematici) considerate nella forma “pura” o a-priori ovvero senza un supporto di un ente sensibile. Ad esempio, quando definisco un triangolo come la sezione di piano chiuso da tre linee la cui somma di angoli interni è 180°, non faccio riferimento ad uno specifico triangolo particolare, ma al concetto stesso di triangolo. Gli oggetti matematici in questo senso sono il primo passo, un passaggio, per svincolarci dall’aspetto sensibile per considerare gli enti dal puro aspetto intellettivo. A tale aspetto ontologico corrisponde la funzione conoscitiva della dianoia, una conoscenza per ipotesi e dimostrazioni attraverso l’aspetto puramente quantitativo che, per molteplici sfaccettature, può essere assimilata al concetto di Ratio, la ragione procedurale della filosofia moderna. La seconda sezione inerisce propriamente alle Idee, le Forme eterne e immutabili a cui le cose sensibili partecipano per imitazione, a cui corrisponde la conoscenza puramente intellettuale, il Nous.
Risulta evidente come tale linea che Platone immagina lungo una estensione orizzontale, in realtà dovrebbe essere pensata lungo una estensione verticale poiché rappresenta un percorso ascendente, una anabasi, dall’ente all’Essere, dall’Ignoranza alla Conoscenza, e, per mantenere la metafora luminosa che, come vedremo, avrà un ruolo fondamentale, dal buio alla luce.
Idea o ειδος è un vocabolo che dà luogo a molti equivoci. Si pensa infatti generalmente all’idea o come un contenuto mentale o come l’immagine di un progetto sintetizzato. In entrambi i casi un aspetto di tipo psicologico-cognitivo. Lungi da essere un concetto, un pensiero, una rappresentazione mentale o un dato psicologico, per Platone l’Idea rappresenta la struttura-essenza ontologica di tutte le cose. È un intelligibile senza il quale il mondo sensibile non potrebbe sussistere. È Essere in quanto non diviene, non muta, è eterna e in sé sussistente. «Quell’essere in sé che, interrogando e rispondendo, ci proponiamo di definire, permane sempre identico a sé stesso o muta di tempo in tempo? L’Eguale in sé, il Bello in sé, ciò che ciascuna cosa è in sé, l’ente insomma, ammette mai qualche mutamento? Ovvero ciascuna di queste realtà assolute, essendo in sé stessa uniforme, è sempre nello stesso modo identica a sé, e non ammette mai per nessuna ragione e in nessun modo, alcun mutamento?» [Fedone, 78d1-7][5].
Questo carattere della perseità (l’essere in sé e per sé) come possiamo leggere nella citazione del Fedone, è stata sovente inteso, a partire da Aristotele, nel significato ipostatico, come se fosse l’ontologizzazione di un concetto o l’entificazione dell’astratto. Tuttavia, l’onto-logizzazione dell’interpretazione aristotelica (che apre le porte alla psicologizzazione dell’Idea) non coglie la portata ontologicamente pura della teoria platonica.
Heidegger nella sua riflessione coglie un aspetto fondamentale definendo l’Idea la “visione del cos’è“, ovvero «Nell’Idea scorgiamo che cosa ogni ente è e come esso è, in breve l’essere dell’ente»[6] Questo vedere l’ιδέα è il νοειν ovvero una visione di tipo intellettuale o noetica.
Tuttavia, se gli enti sensibili rappresentano il livello fenomenico e le idee il livello ontologico, Platone si spinge oltre, verso l’aspetto puramente metafisico attraverso l’introduzione dell’idea del Bene.
«tante volte mi hai sentito dire che la cognizione più importante è l’idea del Bene e che in base ad essa anche le altre cognizioni divengono utili e buone. E ora sai bene che io sto per dire più o meno questo, e inoltre non la conosciamo a sufficienza. Ma con tale ignoranza, sai che non ci servirebbe a nulla nemmeno conoscere perfettamente tutto il resto, così come senza il Bene è inutile il possesso di qualsiasi cosa» [7] [Rep, VI, 505a4-505b1].
In maniera schematica possiamo già da ora affermare, seguendo il passo della Repubblica sopra riportato:
- La conoscenza del Bene è la conoscenza più importante di tutte
- Per mezzo del Bene anche le altre conoscenze diventano utili e buone
- Del Bene, tuttavia, non si ha piena conoscenza
Come Platone sviluppa la riflessione metafisica dell’idea del Bene sarà l’oggetto delle prossime parti di questo studio attraverso l’analisi della Repubblica e di altri due dialoghi, il Filebo e il Parmenide.
[1]Platone Repubblica, Mondadori, Milano, 2001, p. 531
[2]M. Heidegger, Essere e Tempo, Longanesi, Milano, 2001, p. 43
[3]Platone, Repubblica, Ibidem, pp.523-525
[4]Ibidem, p. 531
[5]Platone, Fedone, Bompiani, Firenze, 2017, p. 159
[6]M.Heidegger, L’essenza della verità, Adelphi, Milano, 1997, p. 77
[7]Platone, Repubblica, Ibidem, p.515


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