Il concetto di METAFISICA

Platone e Sankara ovvero dell’unità trascendentale della tradizione – Il concetto di metafisica – parte 1

La Metafisica è ancora ricerca dell’Assoluto o semplice logica? Nicola Carboni esplora la convergenza tra Platone e Sankara contro la riduzione aristotelica dell’essere a pura “presenza”. Dalla Gnosi tradizionale al vuoto semantico di Tarski.
 

Platone e Sankara ovvero dell’unità trascendentale della tradizione – Il concetto di metafisica – parte 1

Nel corso della trattazione abbiamo spesso accennato al concetto di Unità Trascendentale delle Tradizioni identificandola con una Gnosi, una Conoscenza di tipo metafisico.

Prima di procedere oltre, verso il cuore di questo studio ovvero la convergenza fra il pensiero di Platone e quello di Sankara, bisogna ragionare, in modo più puntuale, su cosa si intende per Metafisica  poiché da Aristotele in poi, ha assunto dei connotati che si discostano dal significato usato in questa trattazione.

Scrive Aristotele «C’è una scienza che studia l’essere in quanto essere e ciò che inerisce all’essere di per sé. Essa non è identica a nessuna delle scienze che si dicono particolari, perché nessuna delle scienze indaga universalmente intorno all’essere in quanto essere, ma ciascuna si taglia una parte dell’essere e ne studia gli accidenti, come fanno le scienze matematiche […] Perciò dobbiamo afferrare le cause prime dell’essere in quanto essere»[1].

Da questo passo tratto dalla Metafisica possiamo trarre importanti conseguenze. Per prima cosa viene definita la scienza che studia l’essere in quanto essere. Cosa significa questo? Le scienze particolari si restringono ad una determinata parte dell’essere, ad esempio se si studiano le ragioni dei numeri e dei rapporti numerici si avrà la scienza aritmetica, se si studiano i fenomeni celesti si avrà la scienza astronomica e così via. In altre parole, le scienze particolari isolano le parti dell’essere e ne indagano le proprietà e i caratteri. La Metafisica ha come oggetto di indagine la Realtà, non una determinata realtà, ma la Realtà in quanto tale ovvero le cause e i principi primi che rendono conto e stanno a fondamento di tutte le cose.

In sintesi, Aristotele per Metafisica o Filosofia prima intende la scienza dell’essere in quanto essere che studia i principi primi e le cause prime che sono validi per tutto ciò che è.

Cosa intende per scienza e come è possibile definire scienza la Metafisica?

Per Aristotele la scienza è la conoscenza dimostrativa delle cause necessarie e universali. Negli  Analitici posteriori I,2, 71b9-12 scrive «riteniamo di sapere scientificamente qualcosa quando crediamo di conoscerne la causa per cui è, e che non possa essere altrimenti». I criteri fondamentali sono dunque quattro:

  1. Conoscenza per cause: la scienza non si limita dire che una cosa è così, ma perché è così
  2. Necessità
  3. Universalità
  4. Dimostrabilità: la scienza procede tramite dimostrazione sillogistica basata su principi primi e veri colti dal νους, il Nous, l’intelletto intuitivo.

Aristotele può definire la metafisica una scienza perché ha ristretto il concetto di scienza fino a renderlo compatibile con ciò che è necessario e primo. Nel sistema aristotelico la metafisica non solo è scienza ma massimamente scienza proprio perché ha come oggetto le cause e i principi primi.

Questo tipo di pensiero determinerà in modo significativo tutto il pensiero occidentale e filosofico.

Siamo al cospetto di un problema di tipo strutturale che segna una distanza abissale con il concetto di Metafisica secondo le grandi tradizioni spirituali a cui questo studio sta facendo riferimento. Tale problematica possiamo così riassumerla: Aristotele non supera mai l’essere come orizzonte ultimo del pensare. Questo limite emerge chiaramente quando viene confrontato con le tradizioni autenticamente metafisiche. In Platone, ad esempio, il Bene è επεκεινα της ουσιας “al di là dell’essere”, in Plotino l’Uno non è ente, non è intelletto, non è oggetto di scienza, nell’Advaita Vedanta di Sankara il Brahman Nirguna è oltre la forma e l’essere. Per Aristotele invece l’oggetto della Filosofia prima è sempre l’essere anche se “in quanto essere” e le cause prime sono sempre cause dell’essere e anche quando introduce il Motore immobile viene definito come essere, sostanza suprema, causa finale del movimento in quanto atto perfetto, in altre parole è intelligibile, definibile, pensabile. Non pensa l’Assoluto oltre l’essere bensì come Essere supremo. In questo modo contrae la Metafisica in Ontologia che diventa la base di tutta la teologia razionale da Tommaso di Aquino in poi. Il risultato di questa filosofia prima intra-ontologica è la definizione di Essere come παρουσια (parousia), presenza perché

  1. essere è ουσια (sostanza) determinata
  2. ciò che è, è ciò che sta (παρουσια) che è attualmente qualcosa
  3. l’atto è pienezza dell’essere

Questo ha delle conseguenze fondamentali ovvero che l’essere è ciò che è presente all’intelletto e quindi non vi è “spazio” per un principio che non sia.

Ma contrarre l’essere alla dimensione della pura presenza ha una conseguenza ancora più decisiva per tutto il pensiero occidentale, ovvero il passaggio dal concetto di verità come αλεθεια, svelamento, come abbiamo analizzato nelle parti precedenti, al concetto di verità come concordanza. «Infatti il dire che l’essere non è o che il non essere è, è falso; il dire che l’essere è e il non essere non è, è vero»[2].  Verità è quindi un dire dell’ente ciò che esso è; affermare che la verità è connotata in tal modo ha tre implicazioni fondamentali: 1. la verità sta nella correttezza del dire; 2. è un fatto logico-proposizionale; 3. l’intelletto coglie l’essere per concetti dell’intelletto stesso, ovvero in un sistema autoreferenziale.

La Metafisica diventa una scienza dell’essere in quanto dicibile in quanto il dire il vero è l’adeguazione del logos (intesa come parola umana e non come Ragione universale sostanziale che ingloba e sorregge ogni genere di ente). Le categorie mentali e i tre principi che reggono la logica (identità, non contraddizione e terzo escluso) diventano gli strumenti della verità.

Aristotele contrae la Metafisica (così come pensata da Platone) in ontologia, in un discorso attorno all’Essere, pensa l’essere come presenza e la verità come correttezza logica, fondando in tal modo una onto-logica che poco a che fare con la metafisica.

Secondo Heidegger il risultato dell’identificazione dell’Essere con la presenza attuale (Anwesenheit) è l’oblio dell’Essere: l’essere non viene interrogato più come tale, ma dato per scontato come “ciò che rende presente gli enti”.

La definizione aristotelica di verità sposta la verità dall’evento dello svelamento alla conformità logica tra intelletto ed ente, un giudizio corretto su ciò che è già presente. Da questa riduzione, secondo Heidegger, derivano la metafisica dell’ente (secondo la prospettiva Tradizionale, una anti-metafisica), la scienza moderna come dominio del rappresentabile, la tecnica come disponibilità totale del reale e il passaggio concettuale della ragione da Logo s a ratio.

Da Aristotele in poi la metafisica occidentale, ha pensato l’Essere come presenza stabile dell’Ente, riducendo la verità a correttezza e l’Assoluto a Ente supremo.

Nel De veritate Tommaso d’Aquino compendia tutto questo nella definizione Scolastica del veritas est adaequatio rei et intellectus ovvero che conoscere significa assumere formalmente ciò che la cosa è quando la forma conosciuta nell’intelletto corrisponde alla forma nella cosa. Pone, insomma, una corrispondenza ontologica fra mente e realtà.

L’estrema conseguenza è rappresentata, nel pensiero del Novecento, da Alfred Tarski che riprende l’idea di verità come adaequatio ma la svuota di ogni contenuto ontologico, eliminando il rapporto fra intelletto e realtà, per limitarlo al rapporto fra linguaggio e oggetti di cui il linguaggio parla. La verità diventa quindi un mero problema semantico-formale. Nel saggio fondamentale The concept of Truth in Formalized Languages (1933) formula lo schema T: p è vero se e solo se p (es. La neve è bianca se e solo se la neve è effettivamente bianca).

In Tarski non c’è intellectus, una teoria dell’essere o una teoria della conoscenza, ma solo una frase )nel linguaggio-oggetto), un fatto (nel dominio di riferimento), una condizione di verità formulabile nel metalinguaggio. L’adequatio diventa una corrispondenza tra enunciato e stato di cose. Per evitare paradossi introduce una distinzione rigida tra linguaggio oggetto (quello di cui si parla) e metalinguaggio (quello in cui si definisce la verità). La verità diventa una mera proprietà semantica, una correttezza descrittiva. È l’adaequatio dopo la rimozione dell’essere, metafisicamente spogliata di qualsiasi riferimento al sacro.

[1]Aristotele, Metafisica 1003 a 20-26; 30-32, Utet, Torino, 2005, p. 262
[2]1011b25-27, op. Cit. p. 292

Nicola Carboni

0 comments on “Platone e Sankara ovvero dell’unità trascendentale della tradizione – Il concetto di metafisica – parte 1Add yours →

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.