Platone e Sankara ovvero dell’unità trascendentale della tradizione – Il concetto di metafisica – parte 2
Nella parte precedente abbiamo visto come, a partire da Aristotele, nel pensiero filosofico occidentale, attraverso la connotazione dell’Essere nella dimensione della semplice presenza, il concetto di Metafisica si sia progressivamente ridotto a ontologia. La conseguenza più grave è stata il passaggio dal concetto di verità come aletheia (disvelamento, non-oblio e non velamento) al concetto di verità come corrispondenza fra la cosa esterna e le categorie del linguaggio. In questo slittamento si cela anche il seme del passaggio dal Logos – razionalità sostanziale immanente in ogni ente – alla Ratio, una ragione di tipo procedurale e strumentale.
In questa seconda parte intendiamo delineare la Metafisica in senso proprio, quella a cui tutte le tradizioni sapienziali fanno riferimento e che coincide con la Sophia Perennis, filo conduttore dell’intero studio.
Questa precisazione è indispensabile per comprendere i concetti nevralgici che seguiranno: il Bene in Platone e il Brahman Nirguna di Sankara.
La prima nozione da recuperare è quella di Infinito, termine che etimologicamente indica ciò che è assolutamente privo di limiti. Lo riserviamo pertanto a ciò che non ammette alcuna limitazione, escludendo l’indefinito – estensione o sviluppo del finito – che resta sempre riducibile al finito e appartiene all’ambito ontologico, non metafisico in senso puro. A quest’ultimo ambito appartengono i generi generalissimi dell’essere: spazio, tempo, numeri.
L’indefinito nasce dal finito (come la serie numerica deriva dal finito ma lo estende indefinitamente) e presuppone che il finito contenga in potenza l’indefinito stesso. Ad esempio, da numero 1 si sviluppa tutta la progressione numerica. Il vero Infinito, invece, non tollera restrizioni di sorta: è assolutamente incondizionato e indeterminato, poiché ogni determinazione è di per sé limitazione. Limitare significa infatti negare: porre un confine implica escludere tutto ciò che sta all’estern
Ogni nominazione è una delimitazione. Quando nominiamo un oggetto X, definiamo implicitamente non solo cosa è X, ma anche, in misura indefinitamente maggiore, ciò che X non è. Nominare vela: circoscrivere una porzione del reale entro confini che la definiscono positivamente e, al contempo, negano tutto il resto. Questo meccanismo è legittimo sul piano logico e ontologico, ma fallisce sul pino metafisico, dove l’oggetto in questione è per natura infinito e trascende ogni delimitazione linguistica. Ogni limitazione presuppone dunque una dualità.
L’Infinito, privo di limiti, è ciò di cui nulla può essere negato perché abbraccia tutto. È l’affermazione totale, che include e trascende ogni affermazione particolare. Mentre una affermazione particolare (es. X è ) implica una negazione maggiore ( tutto il resto è non-X), l’affermazione assoluta non si oppone a nulla: implica e supera ogni determinazione senza residui negativi.
Tale logica riecheggia nel pensiero di Ibn Arabi riguardo ai nomi divini. Come egli afferma l’essenza divina (al-Dhat) è assolutamente inconoscibile (la yu’raf), al di là dell’essere stesso. Ci si può allora chiedere – spingendo agli estremi le premesse metafisiche – se persino il nome di Allah, il più totalizzante tra i Nomi (poiché racchiude tutti gli altri) non resti un velo, una determinazione simbolica. Esso si avvicina alla totalità del Divino manifesto, ma non coincide con la Dhat pura.
Qui emerge il senso esoterico del “centesimo nome” (quello mancante, nascosto): non è un nome ordinario, ma il silenzio che precede e segue i 99 Nomi rivelati. I 99 Nomi sono le modalità attraverso cui il Divino si manifesta e si rende conoscibile, le luci del Volto divino che illuminano e ordinano la molteplicità cosmica. Esse sono finestre sulla Realtà, ma non esauriscono l’Essenza.
Il centesimo nome può essere inteso in tre modi complementari
- Ism bi-la-sawt: Il Nome senza suono
- Presenza pura che si rivela solo nel silenzio dei 99 Nomi
- Realtà senza volto, al di là di ogni manifestazione
Allo stesso modo nel Vedanta advaita di Sankara, il Brahman Nirguna è al di là dell’essere e del non essere, oltre ogni dualità ontologica: non è né mawjud (esistente) né ghayr mawjud (non esistente).
Similmente Plotino definisce l’Uno (τό Εν) come principio assoluto “al di là dell’essere” (επεκεινα της ουσιας), inconoscibile (αγνωστον) con il pensiero discorsivo. Esso può essere realizzato solo in un atto di ascesi mistica, quando l’anima trascende ogni dualità e si identifica con l’Assoluto. Dell’Uno si conoscono le sue emanazioni (Intelletto, Anima Universale), non la sua essenza in sé.
Questi esempi illuminano la problematica centrale: il rapporto tra indefinito e Infinito, tra l’Essere e ciò che lo trascende, tra ontologia e metafisica pura. Tale distinzione apre la via alla comprensione del Bene supremo in Platone come puro Infinito trascendente l’essere – parallelo esatto al Brahman Nirguna, e prepara il terreno per l’esplorazione successiva dell’unità trascendentale tra queste tradizioni.


0 comments on “Platone e Sankara ovvero dell’unità trascendentale della tradizione – Il concetto di metafisica – parte 2” Add yours →