Platone e Sankara ovvero dell’unità trascendentale della tradizione – Il concetto di metafisica – parte 3
IL PROBLEMA DELL’ESSERE
Ragionare intorno al concetto di Metafisica, così come esaminato nella parte precedente, ovvero nel porre a tema il concetto di Infinito con tutte le conseguenze che ne derivano, significa compiere una sorta di salto nel vuoto. Significa “lottare” con l’insufficienza della parola per descrivere qualcosa che va oltre la parola stessa. Le grandi tradizioni si esprimono in termini di Realizzazione, di Liberazione come un qualcosa che viene vissuto noeticamente.
Nella Lettera VII [341c-d] Platone afferma che intorno alle realtà di cui si occupa seriamente [ovvero il Bene, l’essere oltre l’essere] “non è affatto dicibile” come gli altri oggetti di apprendimento, ma sorgono nell’anima solo dopo una lunga comunanza con la cosa “come luce che balza da una scintilla di fuoco“.
In questo contesto Platone pur non nominando esplicitamente la Metafisica, rifiuta in maniera netta la reificazione discorsiva del Principio. Questo punto è cruciale per l’economia generale di tutto questo studio poichè traccia un confine molto netto fra ontologia e metafisica da cui nasce, come abbiamo già visto, l’appiattimento della metafisica in “semplice” ontologia che determina in maniera inequivocabile il pensiero occidentale.
Un appiattimento di cui anche Heidegger non è esente. Nel testo del 1929 Was ist Metaphysik? [Cosa è la Metafisica] il filosofo tedesco pone una domanda fondamentale «Warum ist überhaupt Seiendes und nicht vielmehr Nichts?» [Perché vi è l’ente e non piuttosto il Nulla?] per riaprire la questione dell’Essere contro l’oblio metafisico dell’Occidente. Attraverso questa domanda fondamentale voleva scuotere il pensiero filosofico che si era concentrato troppo sugli enti (le cose che sono) dimenticando l’Essere stesso, ciò che rende il possibile che gli enti siano e si diano nella loro dimensione fenomenica. Questa per Hiedegger è la domanda fondamentale della metafisica perché non si limita a interrogare i singoli enti, ma rimette al centro il problema dell’Essere stesso, una domanda che non cerca una causa empirica del mondo, ma apre l’orizzonte originario in cui l’Essere può essere pensato.
Tuttavia, nella prospettiva di una Metafisica intesa come ricerca del Principio assoluto e sovra-ontologico, la domanda heideggeriana può essere caratterizzata come un momento preliminare, una soglia. Ha il merito di riaprire la questione dell’Essere, ma resta ancora nell’orizzonte ontologico. Se infatti la Metafisica, da un punto di vista delle Tradizioni, mira non solo all’Essere, bensì al fondamento trascendente dell’essere stesso (il Bene in Platone, l’Uno in Plotino, al-Haqq nel pensiero sufi, il Brahman Nirguna nella riflessione di Sankara), il pensiero di Heidegger assume le sembianze di una propedeutica che prepara, senza cogliere, l’accesso al Principio, all’Unità assoluta della Gnosi sapienziale, rimanendo ancorato ad una dimensione ontologica.
Posto che l’Essere non è il Principio, quale aspetto assume nella prospettiva Metafisica Tradizionale? Per rispondere a tale domanda farò riferimento, in maniera sintetica poiché il nocciolo di tutte le tradizioni, uno dei testi principali di René Guenon ovvero “Gli stati molteplici dell’essere”[1].
L’Essere viene definito come «Il principio della manifestazione, e nel medesimo tempo come ciò che di per sé stesso comprende l’insieme di tutte le possibilità di manifestazione…quale principio della manifestazione comprende sì tutte le possibilità di manifestazione, ma soltanto in quanto queste si manifestano»[2]. Per possibilità di manifestazione si intende tutte le possibilità dell’Essere che, in quanto manifestabili, possono esplicarsi nei diversi stati dell’esistenza universale, ovvero di assumere la qualità di enti.
Appare subito evidente come l’Essere non possa coindere con l’Uno metafisico poiché non esaurisce la Possibilità totale «Al di fuori dell’Essere vi è dunque tutto il resto, cioè tutte le possibilità di non manifestazione, e inoltre le possibilità di manifestazione allo stato non manifestato…per designare ciò che è pertanto al di fuori e al di là dell’Essere, siamo costretti, in mancanza di ogni altro termine, a chiamarlo Non-essere»[3].
Poichè risulta essere più indeterminato e quindi più universale rispetto all’Essere, « il Non-essere, nel senso indicato, è più che l’Essere o, se si vuole, superiore all’Essere, sé si intende che quanto essa comprende è al di là dell’estensione dell’Essere e contiene in principio l’Essere stesso [perché non potendo appartenere alla manifestazione, in quanto ne è principio, è esso stesso non manifestato]»[4], è il nome negativo del principio sovra-ontologico, ma non corrisponde all’Assoluto o Infinito Metafisico. «Nel momento in cui si contrappone il Non Essere all’Essere, o anche semplicemente li si distingue, né l’uno né l’altro è più infinito, perché, da tale punto di vista, essi si limitano reciprocamente in un certo qual modo; l’infinità appartiene soltanto all’insieme di Essere e Non Essere, poiché questo insieme coincide con la Possibilità universale»[5].
ESSERE E ESISTENZA
Se l’Essere è il principio universale delle possibilità di manifestazione, l’Esistenza rappresenta la determinazione effettiva di una possibilità manifestabile: essa non coincide dunque con l’Essere stesso ma ne costituisce una esplicazione, una modalità o attualizzazione all’interno dei molteplici stati del manifestato, assumendo la connotazione ontologica di ente. L’esistenza determinata rappresenta quindi il passaggio da una possibilità contenuta principiamente nell’Essere a una forma determinata, una realizzazione manifestata.
Mentre in Heidegger l’esistenza riguarda soprattutto il Dasein, cioè il modo di essere proprio dell’uomo, come ente che comprende e si domanda sull’Essere, in Guenon, lungi da essere una categoria esistenziale, rappresenta una modalità cosmologica e ontologica della manifestazione.
L’etimologia del termine “esistenza” implica già la prospettiva metafisica, infatti exsistentia da ex (fuori, da) e sistere (“stare” “porsi”) significa stare fuori, emergere, manifestarsi. Esistere non significa semplicemente essere, ma porsi in atto, manifestarsi. L’Esistenza è etimologicamente ciò che emerge dall’Essere come manifestazione determinata.
La prima forma di manifestazione per Guenon (ma anche per le tradizioni metafisiche) è l’Esistenza Universale intesa come «la manifestazione integrale dell’insieme delle possibilità che l’Essere comporta, le quali del resto sono tutte le possibilità di manifestazione, e ciò implica l’effettivo sviluppo di tali possibilità in modo condizionato»[6]. L’Esistenza è unica perché tutta la manifestazione universale costituisce un unico ordine, un’unica Esistenza universale, pur articolandosi in indefiniti stati e gradi. Non esistono esistenze separate in modo assoluto, ma un’unica Esistenza universale che si dispiega in molteplici mondi, molteplici stati, molteplici gradi di manifestazione. È universale e unica in sé ma molteplice nelle sue modalità.
Nel pensiero metafisico quindi l’Unicità indica che la manifestazione universale, pur differenziandosi, in una indefinita pluralità, costituisce un solo ordine ontologico, fondato nell’Essere e non frammentato in esistenze eterogenee. In questo senso la molteplicità (aspetto fenomenico degli enti) è una modalità dell’unità non la sua negazione, come sua articolazione interna sia da un punto di vista conoscitivo (Kosmos in greco) che normativo e morale (Rta secondo il pensiero vedico).
Il prossimo passaggio sarà analizzare il rapporto fra unicità e molteplicità.
[1]René Guenon, Gli stati molteplici dell’essere, Adelphi, Milano, 2023
[2]op. cit. p. 38
[3]op. cit, pp.38-39
[4]op. cit. p. 39
[5]op. cit. ibidem
[6]op. cit. p. 49


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