PLATONE e SANKARA ovvero dell’unità trascendentale della tradizione – Il concetto di METAFISICA – parte 4

Platone e Sankara ovvero dell’unità trascendentale della tradizione – Il concetto di metafisica – parte 4

PLATONE E SANKARA Come si rapporta l’Uno ai molti? Viaggio tra la Xenìa di #Platone, l’emanazione di #Plotino e il velo di Maya in #Sankara. La realtà è un’illusione o un disvelamento divino?
 

PLATONE E SANKARA OVVERO DELL’UNITÀ TRASCENDENTALE DELLA TRADIZIONE – Il concetto di metafisica – parte 4

IL RAPPORTO FRA UNITÀ E MOLTEPLICITÀ

Prima di procedere oltre, è necessario affrontare una problematica metafisica fondamentale: come si struttura il rapporto fra l’Infinito (l’unità o il divino) con la molteplicità, gli enti nel loro aspetto fenomenico. Prenderemo in esame la risposta di tre Tradizioni, quella platonica/ neoplatonica, quella vedantica e quella sufi.

Per Platone il rapporto fra unità e molteplicità costituisce uno dei nodi centrali della metafisica benché non venga sistematizzato in un’unica teoria organica. Essa emerge piuttosto dalla lettura di alcuni dialoghi quali il Parmenide, la Repubblica, il Sofista, il Timeo.

La realtà ontologicamente più vera è quella delle Idee a cui ineriscono le qualità dell’intelligibilità, immutabilità, perfezione e unità. Nel VI libro della Repubblica pone al di sopra di esse un principio ordine metafisico, una sorta di “essere oltre l’essere”, il Bene, che rende intelligibili le Idee stesse.

Il mondo che percepiamo invece è caratterizzato dal cambiamento, della instabilità e della molteplicità.

Gli enti fenomenici sono molteplici perché partecipano alle Idee in modo imperfetto e mai completamente identico. Ad esempio, una cosa bella è tale in virtù della sua partecipazione all’Idea del Bello; proprio perché partecipa essa  è soltanto una tra le cose belle e non esaurisce in sé la Bellezza.

Nel Parmenide, Platone evidenzia una enorme difficoltà insita nella sua teoria, ovvero se l’idea è una come può essere presente in molte cose senza perdere la sua unità? Come può dividersi restando integra? In altri termini come si concilia, a livello ontologico, l’unità dell’Idea con la partecipazione nel molteplice?

Nel Sofista compie un ulteriore passo introducendo il molteplice all’interno della stessa natura dell’Essere e concependo una  unità non statica ma articolata. L’Essere non è più visto come rigidamente uno bensì come relazione tra generi supremi: Essere, l’Identico, il Diverso, il Movimento, la Quiete.  Da qui nasce la celebre definizione di Essere come Possibilità di relazione.

Platone non dissolve la tensione tra Uno e molti: la assume come struttura stessa del pensiero. L’unità appartiene all’intelligibile, la molteplicità al sensibile, ma la relazione tra i due aspetti rimane filosoficamente problematica e aperta. Pur presupponendo una tripartizione di “ordini”, (metafisico, ontologico e fenomenico), non esplicita, almeno direttamente, i rapporti fra Bene, Idee ed enti sensibili, “limitandosi” a ragionare sul legame fra l’unicità dell’Idea con la molteplicità degli enti sensibili. Una sistematizzazione più precisa si trova nel pensiero di Plotino.

L’Uno è il principio assoluto da cui derivano tutte le cose, senza tuttavia dividersi né distribuirsi in esse come una sostanza divisibile. Le entità subordinate (Intelletto, Anima mundi, gli enti sensibili), procedono dall’Uno per emanazione, ma l’Uno rimane in sé indiviso e trascendente.

Scrive infatti in Enneadi V 2 “L’Uno è tutte le cose e insieme nessuna di esse“.  Tutte le cose derivano da un principio unico, ma questo principio non si frammenta in ciò che da esso procede.

Un pensiero molto simile possiamo si trova nell’ Isa-Upanisad nel celebre mantra Om purnam adah che recita  “Questo è il Tutto, quello è il Tutto. Dal Tutto nasce il Tutto, se dal Tutto si toglie il Tutto, rimane comunque il Tutto”. Questa formulazione – secondo cui qualunque estrinsecazione o manifestazione del Tutto non lo diminuisce – è molto vicino a ciò che Plotino afferma dell’Uno:  infinita pienezza, essere oltre l’essere, che non si suddivide o si distribuisce in parti, ma resta identico e integro anche quando da esso procedono tutte le realtà.

Il rapporto Uno-molti  è il cuore dell’Advaita Vedanta di Sankara.  L’Uno è il Brahman, l’Assoluto non duale, al di là dal tempo, dello spazio, del nome e della forma. Causalmente, temporalmente e metafisicamente irriducibile alla molteplicità, è Nirguna (senza attributi) e Nirvisesa (senza distinzioni). In questo senso il Brahman è l’unica Realtà e i molti sono vivarta, ovvero apparenze  prive di realtà metafisica prodotte della potenza illusoria di Maya che stende un velo dell’ avidya, l’ignoranza metafisica. Gli enti non sono una emanazione del Brahman (al modo di Plotino) bensì una sovrapposizione (Adhyasa) dell’Uno sul molteplice.

Sankara insiste sul fatto che il Brahman non diventa molteplice ma appare tale a chi è coperto dal velo dell’ignoranza. I molti sono dunque rapportati all’Uno solo a livello empirico (vyavaharika) cioè dal punto di vista fenomenico e ontologico, non a livello ultimo (paramarthika) cioè livello metafisico. I molti sono apparenze che non diminuiscono né frantumano l’Uno.

Anche nel Sufismo il rapporto Uno-molti rappresenta uno dei nuclei metafisici centrali. Se per il neoplatonismo gli enti sensibili sono emanazioni dell’Uno e per il Vedante sono apparenze, nel  Sufismo maturo (soprattutto in Ibn Arabi) sono auto-disvelamento dell’Uno. Il Divino rappresenta l’Unica realtà (al-Haqq) mentre il mondo è la manifestazione relativa di quella Realtà, la tajalli, (teofania o auto-rivelazione)

L’Uno non produce i molti, ma si rende visibile nel molteplice senza tuttavia dividersi.

 

TRADIZIONE PRINCIPIO SUPREMO COME NASCE IL MOLTEPLICE STATUTO ONTOLOGICO DEL MOLTEPLICE
Neoplatonismo Uno Emanazione Reale ma derivato, gerarchico
Sufismo Al – Haqq Tajalli Reale relativamente
Advaita Vedanta Brahman Nirguna Apparizione tramite avidya/maya Non reale

 

Nicola Carboni

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