Platone e Sankara ovvero dell’unità trascendentale della tradizione – Platonismo e Vedanta – Parte 1
Dopo aver ampiamente introdotto la tematica metafisica, come essa viene intesa da un punto di vista tradizionale, della Sophia Perennis, da ora in poi analizzeremo in modo più dettagliato la convergenza fra il Platonismo e l’Advaita Vedanta di Sankara, così come preannunciato dallo stesso titolo di questo studio.
Il primo passo consiste nell’elencare schematicamente i punti nei quali le due Dottrine convergono.
- I due insegnamenti postulano una Costante assoluta quale causa sui, da cui il Tutto dipende, una costante che abbiamo definito come l’aspetto metafisico, ciò che va oltre l’essere e il non-essere, ovvero oltre l’aspetto ontologico.
- Questa Costante è la Realtà. È Reale ciò che permane, ciò che è immutabile e universalmente valido, che è senza origine e senza fine, identico a sé stesso. Platone identifica Essere, Identità e Immutabilità con il Bene Supremo, Sankara con il Brahaman Nirguna.
- Formulano una gerarchia onto-epistemologica: ai diversi piani di realtà, fenomenica, ontologica, metafisica, corrispondono, come abbiamo visto analizzando il Libro della Repubblica, diversi piani conoscitivi.
- Riconoscono il mondo sensibile come “ombra” che non ha consistenza reale, benché non sia un non-essere in termini di assolutezza. Rappresenta il piano del divenire, di ciò che muta incessantemente di cui, al massimo si può avere opinione ma non conoscenza. Il sensibile non ha realtà propria e indipendente, non è che un indeterminato, privo di ogni caratteristica positiva e che assume esistenza solo quando è animato da ciò che Platone chiama Idea e Sankara, Isvara.
Anche per Sankara il sensibile non è un niente ma non è un assoluto, che non può offrire stabile Conoscenza. - Riconoscono alla mente empirica la facoltà di offrire opinioni e di apprendere solo fenomeni che appartengono alla χώρα [chora], la materia. Tuttavia, l’essere umano ha la capacità di apprendere per pura contemplazione e per pura intuzione intellettiva noetica il mondo del soprasensibile
- Entrambi gli insegnamenti hanno una nota ottimistica e di conforto filosofico. L’uomo può innalzarsi dal suo decadimento spirituale, psicologico e materiale. Può liberarsi dal conflitto e dalla contraddittorietà in cui vive. Sono insegnamenti di Salvezza, Liberazione, Catarsi.
- In questo senso entrambe le Dottrine non sono fine a sé stesse, come mero discorrere filosofico, ma additano una strada, un odos [sentiero], una via di realizzazione, di salvezza, di liberazione dell’anima dai ceppi dell’Ignoranza.
- L’Insegnamento Platonico pone l’accento sulla Conoscenza- Gnosi quale mezzo diretto di purificazione e di elevazione dell’Anima Intelligibile. Nel vedanta di Sankara questo corrisponde al jnanamarga, il Sentiero della Conoscenza.
- Ponendo al primo posto l’Anima Intelligibile e considerando il mondo dei corpi sensibili quale espressione di corruzione e di conflitto, Platone compie un rovesciamento dei valori della società greca del suo tempo. Caso paradigmatico è il dialogo Gorgia.
- Così per Platone, come per Sankara la filosofia è un “esercizio di morte” (cfr. Fedone), morte dell’ignoranza-avidya, cioè del sensibile, del corruttibile, dell’ombra. Sotto altre prospettive si può affermare che per loro, cercare la vera vita diventa esercizio filosofico di un autentico vivere che risponde alla pura dimensione dello Spirito.
La fuga dal corpo e dal mondo è sì fuga, ma non verso l’annichilimento e l’evasione, bensì verso la vera patria dell’Essere, è fuga dal sensoriale-passionale-irrazionale; è diretta verso il ritrovamento del Bene.
La fuga platonica e sankariana avviene come naturale effetto del riconoscimento che si è di natura soprannaturale, di essere di questo mondo ma non di questo mondo o, usando una bellissima immagine a conclusione del Timeo, di essere alberi le cui radici si trovano nel cielo.
La Conoscenza, o il Ricordo di ciò che si è realmente fa sì che ogni brama, ogni attaccamento nel mondo del corruttibile vengano infranti, spezzati e infine trascesi. Comprendere il “gioco” del divenire, che si manifesta in un indefinito mutamento di forme e nomi, significa allontanarsi dal gioco stesso.
Si tratta della fuga del Filosofo, di colui che ama la Conoscenza, che mediante la pura contemplazione, meditazione in sé, ritirando la sua anima dalle intemperie del mondo sensibile del divenire, ha compreso l’insufficienza, la caducità, la vanità e l’inconsistenza della sfera del materiale.
«È per questo che bisogna anche sforzarci di fuggire di qua lassù al più presto. E fuga è rendersi simili a Dio secondo le proprie possibilità: e rendersi simili a Dio significa diventare giusti, santi e insieme sapienti» [Teeteto, 176 a-b].
Nella prossima parte vedremo in modo ancora più diretto le convergenze riguardo la struttura gerarchica dell’Essere


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